Vukovar, 25 anni di divisioni

Cos’era, un tempo, Vukovar lo può immaginare solo chi è dotato di una più che fertile fantasia. Era uno dei porti più importanti e floridi lungo il Danubio. E lo è stato fino al 1991, anno in cui scoppió la guerra d’indipendenza croata e la città subì, da parte della Serbia, uno dei più cruenti assedi di tutto il conflitto.

Pesantemente sottoposta al fuoco delle artiglierie nemiche, la città visse ben 87 giorni di occupazione, uccisioni, stupri, pulizie etniche e ogni sorta di violenza che uomo sia in grado di perpetrare. L’hanno battezzata la Stalingrado croata. E non a caso. L’agonia si concluse con la sconfitta delle forze croate e la quasi totale devastazione di Vukovar. E la parola “devastazione” è un vocabolo che non rende giustizia all’immane cumulo di macerie sotto il quale la città si trovò soffocata. Ci sono voluti anni per rimettersi in piedi e, ancora oggi, buona parte degli edifici è ancora in fase di ricostruzione. Ovunque è odore di rancido e di calcinacci.

I pochi abitanti che sono riusciti miracolosamente a fuggire e hanno poi fatto ritorno, si trovano oggi fianco a fianco con i loro aguzzini. Ciò che ne deriva è nitido come inchiostro nero su carta bianca: le persone che si incrociano per la strada sono tra loro incomunicanti e hanno dipinto sul volto l’incertezza del proprio futuro. Ma dove li condurrà, alla fine, questo futuro, nessuno di loro lo sa.

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