Varsavia, città di solitudini

Varsavia. Citta spigolosa, ferita, austera ma estremamente giovane. Una reduce che si è concessa una seconda possibilità.

Le rovine della Seconda Guerra Mondiale convivono accanto alle modernità slanciate e luminose dei nuovi palazzi, dove si attardano cravatte dal nodo stretto e rigide valigette 24 ore. Il vecchio quartiere ebraico è stato spazzato via del tutto e nei pressi non ne resta che un alone emotivo, impalpabile e tenacemente aggrappato alla memoria. L’oblio, infatti, è la più grande paura che ovunque si respira. Ma non c’è pericolo che si verifichi perché ogni cosa qui è rievocazione e ricordo.

Locali, musica, cucina tipica, artigianato. Eppure, non è difficile incontrare solitudini che si spostano lungo le vie della città come mute presenze senza dimora. Mi parlano di quella Varsavia che non c’è più. Fotografarle è stato come consegnare alla storia un debito di vita mai saldato.

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