Kosovo, quel rancore che non dorme mai

Recarsi in Kosovo a gennaio significa essere, quasi sicuramente, sommersi dalla neve, un biancore che dovunque irradia abbagliando di luce riflessa anche le pieghe più nascoste delle montagne. Montagne: sommità che sbuffano dal terreno come tanti piccoli bernoccoli. Sono le stesse alture raffigurate nei dipinti naïf di Generalić, scherzose gobbe del terreno dove potrebbero nascondersi fate, folletti e animali fantastici. Ma dove probabilmente si annidano guerriglieri, profughi e disertori.

E le città? Poche, grigie e precarie, coagulo di tensioni, forze dell’ordine, posti di blocco, benzina di contrabbando e soldi falsi. Qui, dove quasi tutto è lecito, ci si sente come sorvegliati dall’occhio di un “grande fratello”.  La sensazione è che debba sempre accadere qualcosa. È qualcosa, in effetti, sempre accade.

Kosovska Mitrovica, ad esempio, è attraversata dal fiume che separa la parte albanese musulmana da quella serba ortodossa. Due zone che si differenziano per lingua, alfabeto, moneta, targhe automobilistiche, religione, gastronomia, governo. Solo quando scende la neve, tutto è uniformato e ricoperto da uno spesso strato di poltiglia grigiastra di ghiaccio e fango. Per scaldarsi dal freddo imperante, si appicca il fuoco ai rifiuti nei cassonetti in mezzo alla strada e ci si raduna attorno, le mani protratte verso le fiamme, naso compreso. Un quadretto decadente al quale fanno da cornice le tante scritte sui muri che inneggiano ora alla Serbia padrona, ora al Kosovo indipendente e che condannano l’Europa accostandola al regime nazista. Morale: non si salva nessuno. Né accusati né difensori.

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