Gerusalemme, tra lacrime e preghiere

Oltrepasso la porta di Sion, uno dei principali accessi alla città vecchia di Gerusalemme, e già due palestinesi vengono accoltellati. Intanto un gruppo di ebrei osservanti attraversa coraggiosamente (o stupidamente?), tra fischi e insulti, la Porta di Damasco, nel quartiere arabo a nord. Si teme il peggio. Le Forze dell’ordine sbarrano tutti gli ingressi della città.

Inizia a cadere la pioggia e tra le vie del suq l’acqua straripa, si rovescia a secchi dalle grondaie e genera, tra la gente di passaggio, una contagiosa risata collettiva. Il primo istinto è quello di correre a ripararsi. Il secondo, di rifugiarsi in qualche kebab. Il terzo, di fregarsene e uscire, ciaspolando tra pozzanghere grandi come laghi. Tutta un’altra atmosfera da quella che si respira, invece, nel quartiere ebraico, dove vigono il silenzio e la morigeratezza, complici le lucide lastre di marmo che pavimentano le vie donando loro un aspetto regale e salomonico. E il quartiere cristiano? Sonnacchioso. L’armeno? Blindato.

Tra tutti, prediligo quello arabo. Perché è tremendamente vivo. E vero. Bancarelle di dolci al miele e pane al sesamo si alternano ai fucili sempre all’erta delle guardie israeliane; narghilè sbuffano tra i venditori che ammiccano; e mentre un barbiere affila, c’è chi gioca a carte lungo la strada e chi sforna falafel a tutto spiano, diffondendone gli aromi fino al Golgota. Alcuni bambini si divertono a nascondersi tra le tombe millenarie dei profeti e qualche asino brulica l’erba nell’antico cimitero erodiano. E quando il muezzin chiama e la campana rintocca, su tutta la città divampa il tramonto, come un fuoco eterno, biblico, consolatore.

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